CAMBIARE? SAREBBE BELLO, MA…

Quando la responsabile risorse umane di un istituto di credito mi ha contatta per comunicarmi che mi avrebbe nuovamente affidato un corso sulle tecniche di conduzione, stavo preparando la valigia in previsione di due settimane di vacanza in Sicilia. Non vedevo l’ora di esplorare i fondali marini, di scalare l’Etna e di assaporare le specialità culinarie tipiche della zona, digestivi inclusi! Pochi minuti più tardi, indecisa se optare per un pareo ancora incartato (“E se poi mi ustiono e cado vittima dell’effetto aragosta abbrustolita?”) o per un paio di pantaloncini di jeans risalenti al periodo antecedente alla guerra del Sonderbund (“In fondo la gente mica sa che me li hanno regalati all’epoca in cui pensavo che il Vedeggio fosse il fiume più lungo del mondo!”), nella mia mente hanno iniziato a farsi largo dei pensieri sibillini. L’anno precedente avevo sudato sette camicie per strutturare il percorso formativo nei minimi dettagli. Ora che si stava presentando l’occasione di riproporlo, era giunto il tempo di raccogliere quello che avevo seminato! Neanche per idea avrei modificato un meccanismo ben oliato, messo in discussione per mesi e rivisto fino allo sfinimento! Basta faticare! Avrei sudato esclusivamente in sauna o, meglio, l’avrei fatto comodamente sdraiata sotto la stecca dei 40 °C previsti a Taormina nei giorni seguenti… E così feci!


Qualche tempo dopo, assieme ai ricordi delle vacanze, sono sfumate anche le mie convinzioni. In breve: ho capito che se non fossi stata disposta a evadere dalla mia zona di comfort, i candidati avrebbero ottenuto un valore aggiunto solo sulla carta. No way: dovevo darmi da fare. La magra consolazione? Secondo le statistiche, non ero l’unica a trovarmi confrontata con questo dilemma.“Mal comune mezzo gaudio”.


“L’unica persona che vuole essere cambiata è il bambino quando si è fatto la pipì addosso”

In effetti, spesso ci dichiariamo inclini al cambiamento, se non addirittura entusiasti dello stesso. Poi, per svariati motivi, fatichiamo a sovvertire la nostra routine e ci aspettiamo che siano sistematicamente gli altri a modificare le loro abitudini. Legittimo: ciò che si conosce è rassicurante, ciò che si ignora è intriso di ansia e di rischio. Questa dinamica paradossale ricorda un aforisma americano che recita: “L’unica persona che vuole essere cambiata è il bambino quando si è fatto la pipì addosso”, evidenziando che i proverbi, vera voce dell’umanità, celebrano la stabilità e la forza delle abitudini: “Chi lascia la via vecchia per la nuova, sa quel che lascia, non sa quel che trova”, “Gallina vecchia fa buon brodo”, “Bandiera vecchia onor di capitano”, “Squadra che vince non si cambia”.


Tornando alla mia missione, sulle prime, si è rivelata tutt’altro che scontata. D’altronde, chi non preferirebbe farsi inebriare dalla piacevole sensazione di comfort legata a un paio di pantaloncini in fase di decomposizione, piuttosto che andare incontro ai rischi che potrebbero insorgere, indossando un pareo fosforescente nuovo di zecca? Come immaginerete, dopo vari tentennamenti, più per incoscienza che per spavalderia, ho deciso di optare per il pareo. Nonostante lo scombussolamento iniziale, sono pienamente soddisfatta del risultato. Suggerisco a tutte di provarci e concludo con una soffiata per le più scettiche: pare che la prossima estate i colori fluo saranno di nuovo sulla cresta dell’onda!

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